Sono cresciuta in anni nei quali c’erano molte parole innominabili che oggi hanno avuto di nuovo libera circolazione. Io sono per natura “un po’ anarchica”, quindi i divieti mi hanno sempre fatto venire i brividi…. Così non concepivo che, ad esempio, la parola individuo non potesse entrare nel mio vocabolario, e quindi mi ostinavo ad usarla quando, nel corso del discorso, se ne presentava la necessità. Ma oggi, lo sdoganamento cui assistiamo, è altrettanto dannoso del divieto passato. Se un tempo estromettere la parola fascismo dal vocabolario corrispondeva anche all’estromissione di quella ideologia dalla nostra società civile, oggi averle restituito libera circolazione, purtroppo, significa anche che alcuni rappresentanti politici del nostro arco costituzionale possono prendersi la libertà di inneggiare ad esso. L’uso di una parola quindi ne certifica l’esistenza, la vitalità. L’uso storico, documentario, è estromesso da queste dinamiche.







Copernico



Ma continuando a ragionare su certe questioni linguistiche non si può non osservare che anche il significato di certi termini ha subito, nel corso degli ultimi decenni, una drastica mutazione.
E’ questo il caso di Stato. Quando l’Europa era divisa tra Occidente ed Est, quando i cosiddetti Paesi dell’Est rientravano sotto l’influenza dell’Unione Sovietica, parlare di Stato significava fare riferimento a un sistema sociale nel quale appunto lo Stato era un’entità preposta al governo del popolo e non solo. Nella più ottimistica delle concezioni lo Stato svolgeva funzioni sociali, di cura dei propri cittadini, una via di mezzo tra un padre severo e una madre amorosa. Alla fine degli anni 80 abbiamo tutti assistito al crollo di questo ideale e il tentativo di dare corso a un post è ancora in corso. Ma ciò che spesso non è così evidente, è la trasformazione che nel corso degli ultimi trent’anni ha subito la concezione di Stato nella nostra mentalità. Quello che nel cuore del Novecento era l’incarnazione di un ideale sociale (incarnazione più o meno riuscita), è divenuta nel corso degli ultimi anni, via via sempre più velocemente, l’incarnazione di un ideale capitalista o, come io preferisco dire, l’incarnazione di un ideale consumista. Oggi lo Stato protegge lo sviluppo del consumismo, e i suoi apparati sono preposti a combattere tutto ciò che in qualsivoglia modo possano impedirne detto sviluppo.
Oggi, a mio avviso, il termine Consumismo ha sostituito il termine Capitalismo, e se un Karl Marx contemporaneo dovesse sviluppare un’analisi del fenomeno dovrebbe coerentemente intitolare il suo lavoro il Consumo. Ma questo è un mio vecchio cavallo di battaglia… E vi tornerò in altra sede.
Focalizzandoci sul tema odierno, e quindi sull’uso dei termini, mi appare evidente che pensare oggi al termine Stato ci consegna immediatamente a una sensazione di oppressione, con caratteristiche di oppressione (in relazione alle libertà personali) volte a realizzare non già un bene comune (di qualsivoglia ideale politico) bensì un bene del Consumo. A indirizzare questa tendenza, e a sostenerla, ha contribuito soprattutto la nascita e l’imposizione della cosiddetta moneta comune, l’Euro, che invece di unificare i popoli europei ha unificato il fine produttivo e di sviluppo verso un unico fine: il Consumismo.
Gli Stati che ci governano sono diventati quindi Stati ben diversi da quelli del Novecento, difatti il tema con il quale le pur diverse amministrazioni europee devono per prima cosa confrontarsi non è la felicità dei propri cittadini, bensì il rispetto dei parametri economici decisi a Bruxelles. Stato ha quindi assunto il significato di una nuova forma oppressiva, io credo anche peggiore della precedente visto che non si incarna né in un ideale politico (che pur se contrario ai nostri poteva essere combattuto con armi umane) né in individui in carne ed ossa – e perciò identificabili e con i quali tentare un confronto.




Il termine Stato incarna oggi la valenza di tutta una serie di apparati e dinamiche volti a sviluppare e a sostenere il Consumo, e ciò che è più grave è che questa concezione è diffusa ad ogni latitudine del pianeta, o quasi. Difatti anche in quelle isole felici, dove l’ideologia al governo ancora si sforza di cercare il raggiungimento della parità sociale, del bene comune per tutti, anche in quelle amministrazioni i governanti devono confrontarsi con le necessità al Consumo indotte dal confronto con gli altri Stati.
Quale futuro abbiamo davanti?

Catena di montaggio in Alfa Romeo



In questi giorni la questione Fiat/Marchionne genera un interrogativo: è possibile conciliare i diritti con la competitività transnazionale figlia di una globalizzazione snaturata?
Se gli operai cinesi sono disposti, pur di lavorare, a veder calpestati i propri diritti… Alcuni, da noi, prospettano come unica possibilità quella di esportare i diritti, la coscienza dei propri diritti, coscienza che in Europa iniziò a diffondersi nel lontano Ottocento, ma per la quale le lotte si svolsero solo nello scorso secolo. Credo, in tutta onestà, che questa sia una strada percorribile, certo ma…

Ma forse bisognerebbe trovare il coraggio di attuare una rivoluzione Copernicana delle nostre società industrializzate. Quella che io immagino è una via lunga e difficile, ma che ipotizza come punto d’arrivo non solo una soluzione ma anche una soluzione a misura d’uomo e volta anche a un relativo conseguimento di felicità.
L’idea di una rivoluzione è quella di sovvertire, capovolgere, una data situazione. Se invece di accontentarsi di rimedi e aggiustamenti parziali, di correzioni circoscritte, la gente, gli individui, noi… decidiamo di dare vita a una rivoluzione Copernicana. Ci volle infatti una rivoluzione per far capire all’essere umano che non era il Sole, e con esso tutto l’Universo, a girare intorno alla Terra, creazione del Dio cristiano. Oggi occorre dar vita ad un’analoga rivoluzione per far comprendere all’essere umano che non è vero che tutto vive per il Consumo. Che riparare un ferro da stiro, invece di gettarlo, è cosa buona e giusta…. Che un operaio può lavorare e percepire un equo guadagno riparando un’automobile anziché producendone una nuova. A parte il fenomeno Napoli e dintorni, il problema rifiuti assilla gli amministratori di ogni città moderna; io credo che il riciclo, il riutilizzo di risorse, anziché la produzione di nuovi beni, possa contribuire ad alleggerire questo problema. La salvaguardia del territorio e la sua valorizzazione (e per territorio intendo tutto ciò di cui disponiamo dalle spiagge alle memorie archeologiche) presuppone un lavoro, nel quale potrebbero essere impiegati i dannati della catena di montaggio, e un profitto, il turismo. Così come potrebbero essere incrementati l’artigianato, il restauro e l’utilizzo di energie rinnovabili. Fonti di lavoro (e quindi di guadagno/profitto) ci sono, basta volerle vedere. Certo occorre fare tabula rasa di ciò cui si è osannato negli ultimi decenni, fare uno sforzo… Una rivoluzione Copernicana per l’appunto.
Certo – come in passato sarebbe stato più comodo continuare a ipotizzare una Terra al centro di un Universo creato – sarebbe più semplice limitarsi ad affrontare il fenomeno globalizzazione azzerando i diritti di un gruppetto di operai italiani, e continuare ad acquistare macchine che ci portano a destinazione guidando al posto nostro… Ma è questa la giusta direzione nella quale deve andare l’essere umano? Questo essere finito e mortale può accontentarsi di una vettura ultratecnologica per essere felice?
O la felicità può darcela, in realtà, solo il raggiungimento di un sogno?
Quale sogno?
A ciascuno il suo. Non un sogno standardizzato né indotto, non prodotto a una catena di montaggio disumana. Io credo.
Flaminia P.Mancinelli
(14/01/2011)
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