In questi ultimi mesi ho scartabellato nella memoria scolastica alla ricerca delle origini del termine e dell’uso di Nazione. Mi venivano in mente, da subito, l’Europa e il periodo della formazione dei grandi Stati nazionali, ma non ricordavo con precisione l’anno e “chi aveva cominciato”. Mi sono ripromessa più volte di andare a riprendere un manuale dell’Università, ma si sa come vanno a finire queste cose: c’è sempre una priorità contingente che scalza il proposito. Oggi, profittando di una mattinata libera, ho deciso di prendere una via più veloce, ma ugualmente efficace: usare le risorse del Web. Ho aperto wikipedia e ho tirato giù a pieni BIT.La nazione italiana
         
Quanto riportato in calce a questa nota, è tratto dall’edizione italiana dell’enciclopedia libera, quindi ognuno può avere l’agio di verificarne l’attendibilità. Tenendo comunque conto che la storia – come ogni prodotto dello scibile umano – risente di interpretazioni e che quindi non può mai dirsi né oggettiva né tantomeno obiettiva. 
Un’ultima premessa.
Questa curiosità mi è stata suscitata dalla febbre per i festeggiamenti del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, una febbre trasversale che sta colpendo da destra a sinistra i rappresentanti tutti del nostro arco politico, ambiente culturale e sociale.
Una febbre e una voglia di festeggiamento che – per la mia sensibilità – in qualcosa stride con parallele difese di Migranti e popolazioni extraeuropee. Mi domando: è giusto inneggiare all’Unità d’Italia? Ha senso – oggi come ieri –  esaltare il concetto di Nazione?
E per concludere, forse con una bastarda forma d’ironia che mi contraddistingue, è congruo per il nostro Paese parlare di Nazione? Questo nostro Stato italiano, secondo voi, corrisponde alle definizioni che si attribuiscono a una Nazione? 
F.P.M.

 Da Wikipedia (http://it.wikipedia.org/wiki/Nazione)

«Una nazione (dal latino natio, in italiano “nascita”) è un complesso di persone che, avendo in comune caratteristiche quali la storia, la lingua, il territorio, la cultura, l’etnia, la politica, si identifica in una comune identità a cui essi sentono di appartenere legati da un sentimento di solidarietà. È questa coscienza di un’identità condivisa, questo sentimento di appartenenza a tale identità e di solidarietà che li lega, diffusi a livello di massa e non solo tra ristrette cerchie di persone, che rende una comunità etnica, culturale, politica una nazione. (…)

Ernest Renan* definisce nazione come l’anima e il principio spirituale di un popolo, che gode di una ricca eredità di ricordi e del consenso attuale. Ne consegue che la nazione esiste finché trova posto nella mente e nel cuore delle persone che la compongono.(…)
            – * Ernst Renan (1823-1892) è un filosofo francese che io stimo molto soprattutto per la sua opera Storia del Cristianesimo. Per inciso in Italia è stata edita solo una parte, Vita di Gesù, ad opera della Newton Compton, ma sarebbe interessante disporre – anche nel nostro Paese – di un’edizione completa di questo lavoro, senz’altro interessante e quanto mai utlile a quanti studiano criticamente questa materia.(F.P.M.)

L’idea di nazione matura nel tempo, soprattutto grazie al concetto di “gruppo di appartenenza“: la nazione è tale dal punto di vista politico. Ciò prevede un profondo senso del “noi“, pace e ordine al suo interno, una serie di simboli e miti comuni, la garanzia di protezione e la consapevolezza della durevolezza nel tempo della nazione rispetto ai singoli individui. Il senso del “noi” si sviluppa nella popolazione spesso grazie al confronto con il “gruppo esterno“, che alle volte assume la forma di un odiato nemico. Un esempio può trovarsi nella storica rivalità tra nazione francese e nazione tedesca: entrambe hanno caratterizzato la loro identità nell’ostilità rispetto al vicino. (…)

Nell’uso quotidiano erroneamente i termini come nazione, stato e paese vengono usati spesso come sinonimi per indicare un territorio controllato da un singolo governo, o gli abitanti di quel territorio o il governo stesso; in altre parole lo Stato. (…)

La Bibbia descrive il concetto di nazione (nationes o gentes) come “una delle grandi divisioni naturali della specie umana uscita dalle mani di Dio creatore, espressione della diversità visibile della società umana sulla terra“. Le nazioni sono il risultato della divisione dell’umanità in schiatte, stirpi e popoli, come il frutto del superamento dell’unità originaria del genere umano. La Genesi racconta del passaggio da un primitivo universalismo a una dispersione dei popoli, causata forse nel tempo attraverso la discendenza dei figli di Noé, sopravvissuti con lui al Diluvio universale, o repentinamente dall’edificazione della torre di Babele. L’Apocalisse di San Giovanni pronostica un ripristino dell’antico universalismo, secondo un piano di salvezza che riguarderà tutte le nazioni e non soltanto il popolo d’Israele.
Di preferenza, nelle Sacre scritture il termine “nazione” ricorre per indicare i nemici pagani del popolo eletto, quelle nazioni, cioè, che non riconoscono Dio e la sua potenza. Il popolo di Dio deve lottare e combattere le nazioni per difendersi dalla sottomissione e dall’errore. Tutto ciò riconduce a un sentimento di nazionalismo. (…)

È nel mondo romano che il termine nazione fa la sua comparsa per la prima volta e viene utilizzato con sfumature diverse. Nel suo significato immediato la natio richiama la nascita e l’origine, la comunità di diritto alla quale si appartiene per vincolo di sangue, secondo uno degli usi restrittivi che già si trova nella tradizione biblica. Nell’uso romano la natio è anche la terra nella quale si è nati, il luogo d’origine, di appartenenza o di provenienza. Generalmente natio viene utilizzato per indicare le popolazioni straniere, alleate o sottomesse a Roma. Altre volte indica popolazioni ostili alla Res pubblica, o popolazioni barbare e arretrate.
A differenza di gens, che indica una stirpe intera (ad esempio la gens Germanica), natio indica le singole tribù.
Il termine natio ha assunto dunque valenze e connotazioni diverse, che indicavano l’esistenza di vincoli di appartenenza politica basati sul sangue, sull’affiliazione tribale e sui legami territoriali, ma non la presenza di un ordine politico complesso e articolato, di un livello di civiltà lontanamente paragonabile a quello romano. Questo spiega perché, per indicare Roma, il sostantivo natio venga sostituito da civitas, patria, res pubblica, Urbs. (…)

Il Medioevo è un periodo di mezzo fra il mito dell’universalismo (realizzato antecedentemente sotto forma di impero) e il particolarismo nazionale che si realizzerà nei secoli a venire. È un periodo importante, che pone le basi per i successivi mutamenti storici e sociali. Tra l’età tardoromana e l’inizio dell’Alto medioevo vanno ricercati i fattori e gli elementi dalla cui combinazione scaturirà in seguito la maggior parte delle nazioni storiche che ancora oggi compongono la mappa politica dell’Europa.

Il Medioevo è il periodo d’elezione per studiare la formazione di buona parte degli stati europei. (…)
A partire dal ‘500 fenomeni come l’accentramento del potere politico nelle mani dei sovrani, l’affinamento letterario delle lingue vernacolari, il radicamento su base territoriale delle chiese riformate producono, su gran parte del territorio europeo, il progressivo consolidarsi del sentimento collettivo e della coscienza unitaria di sempre più vaste comunità umane, che cominciano ad assumere una fisionomia e un’identità nazionale.(…)

Guicciardini: Oltre agli usi scontati (luogo di nascita, paese di appartenenza, popolazioni barbare straniere), nazione indica anche una comunità etnico-territoriale distinta dal punto di vista della cultura. (Gli Svizzeri si alleano col ducato di Milano per respingere i Francesi).

Nascita delle “chiese nazionali” (cuius regio, eius religio). Distacco teologico ma anche politico e linguistico rafforza il senso di appartenenza. In questa fase è possibile individuare una profondità storica: il termine nazione non indica soltanto coloro che su un dato territorio condividono la stessa lingua, gli stessi costumi e la stessa religione, ma un insieme di caratteri e di legami che rimanda ad un passato percepito come unico e peculiare, con una sua forza vincolante.

Per il periodo storico compreso tra Rinascimento e Rivoluzione francese possiamo distinguere tre modelli o varianti del concetto di nazione:

  • Nazione statale: la nazione si forma sotto la spinta dello stato. La crescita del sentimento nazionale è proporzionata alla crescita dello Stato (territoriale). Es. Inghilterra;
  • Nazione culturale: sviluppata in quegli stati in cui il modello politico statuale si è sviluppato con maggiore ritardo (Germania, Italia). La nazione coincide in questo caso con una comunità popolare basata sulla cultura, sulla lingua e sulle tradizioni storiche.
  • Nazione politica sovrana. La nazione costituisce un’unione volontaria di cittadini che si pone, al posto dell’antico sovrano, come fondamento esclusivo dello Stato. Da qui si sviluppa una sovranità politica. Es. Francia rivoluzionaria.

LA NAZIONE STATALE: dai primi del ‘500 alla prima metà del ‘700, l’idea di nazione si sviluppa all’ombra dello stato secondo queste caratteristiche: Si sviluppa in quelle realtà caratterizzate dall’accentramento del comando politico a scapito del precedente regime feudale (Inghilterra, Francia, Spagna, monarchie scandinave). Dunque non più piccole unità locali, ma un’unica realtà centrale. Necessità di uno Stato che fonda il suo diritto ad esistere sull’uso della forza e sulla conquista militare. Legittimazione simbolico-normativa ed una base di consenso culturale. Lingua: abolizione delle lingue vernacolari in virtù di una lingua unica. Vediamo che la nazione statale si accompagna ad elementi culturali e linguistici. “Lo stato proietta la sua autorità sulla cultura nazionale”.

LA NAZIONE CULTURALE: si sviluppa nel ‘700. Fonda la sua coesione sulla lingua, sulla cultura e sulla tradizione (Herder), non sull’astratta rigidità di un’obbligazione politica (Kulturnation). Secondo Herder nella vita di una nazione, l’unità di cultura e di lingua viene prima dell’unità politica, dello Stato e della costituzione. I vincoli culturali sono più stabili e duraturi di quelli istituzionali. Esempi di nazione culturale (Germania, Italia). Herder teorizza la nazione come un fattore di progresso civile e morale, nonché come un tramite fra l’individuo e l’umanità. Realizzando se stesso all’interno di una realtà sociale culturalmente omogenea e spiritualmente coesa, l’uomo può più facilmente attingere alla dimensione dell’universalità e realizzare la sua natura sociale. (Visione universalistica).

LA NAZIONE POLITICA – VISIONE ROMANTICA DI ROUSSEAU: pone al centro la volontà degli individui che vi fanno parte (volontà di costituire una nazione), piuttosto che la natura e la storia, come fattore fondante della nazione politicamente intesa. Richiamo al sentimento piuttosto che alla ragione (Rousseau). R. sottolinea l’importanza che le istituzioni, la volontà politica e un agire sociale collettivo sorretto dalla passione comune e dalla consapevolezza di sé e della propria identità rivestono nel salvaguardare e rafforzare il sentimento di appartenenza nazionale di qualunque identità politica. A proposito delle diversità dei popoli Rousseau afferma che sono le forme di governo, i sistemi di legislazione e le leggi che devono adattarsi allo spirito dei popoli e al loro carattere.

Per Sieyès il terzo stato rappresenta la nazione intesa proprio come un organo assoluto senza il quale lo stato non esisterebbe. Gli ordini privilegiati sono qualcosa di esterno alla nazione. Minoranza infima e inutile. Ciò che lega una nazione non è dunque la comune origine storica, la lingua, i costumi o il territorio, ma la volontà degli individui, tutti ugualmente liberi. Volontà non alimentata da retaggi storici ma da se stessa.

OTTOCENTO: In seguito al periodo rivoluzionario, il campo semantico del termine nazione si allarga notevolmente: da semplice realtà collettiva caratterizzata da usi e costumi a soggetto originario dell’organizzazione della società, la comunità fondamentale che legittima le istituzioni che organizzano la vita collettiva. (…)

Nel XIX secolo il concetto di nazione diventa globale e inclusivo in corrispondenza della nascita degli stati-nazione. Indica quindi la totalità degli abitanti di un paese, si avvicina al concetto di cittadinanza e spesso si rivela indipendentemente da componenti culturali o etniche. Dunque nazione coincide sempre più con “insieme dei cittadini” o “popolo”, il quale assume la valenza di un soggetto politico unitario composto da uguali. Al contempo la nazione si compenetra alla patria. Nasce il nazionalismo*.
            * nazionalismo: si definisce nazionalismo l’ideologia, nata nel XIX secolo, relativa a quelle dottrine e movimenti che sostengono l’affermazione della nazione intesa come collettività omogenea e ritenuta depositaria di valori tradizionali tipici ed esclusivi del patrimonio culturale e spirituale nazionale, sebbene questa definizione non sia univoca. Il termine fu usato per la prima volta dal tedesco Adam Weishaupt, fondatore della setta degli illuminati, e dall’abate Augustin Barruel nelle Mémoires pour servir à l’histoire du jacobinisme (1798) ma divenne di uso comune solo negli ultimi decenni dell’800.  

 (wikipedia alla voce “nazionalismo”, http://it.wikipedia.org/wiki/Nazionalismo)

(…) Mazzini vede nella nazione la base politica della sovranità popolare e dello Stato democratico: “Per nazione noi intendiamo l’universalità de’ cittadini parlanti la stessa favella, associati, con eguaglianza di diritti politici, all’intento comune di sviluppare e perfezionare progressivamente le forze sociali e l’attività di quelle forze.”

Differenza fra Mazzini e Sieyès. Per Sieyès il soggetto storico che fa nascere la nazione attraverso la volontà sono i cittadini (liberi e uguali), per Mazzini è invece il popolo, inteso unitariamente come titolare di diritti e doveri che trascendono quelli dei singoli individui, popolo come espressione di una nuova epoca storica. Funzione pedagogica della nazione: essa educa l’uomo al sacrificio, al dovere e all’etica in funzione della comunità. (…)

Marx vede la nazione come un progetto della classe borghese, la quale, proponendosi come classe dominante, conquista il controllo dello Stato, dei suoi apparati legali e produttivi, a scapito dei vecchi ceti feudali e aristocratici. La nazione non costituisce dunque una totalità omogenea. I proletari vi sono esclusi. In quanto prodotto borghese, la nazione è strettamente connessa alle dinamiche del sistema capitalistico e come tale questa verrà meno con il superamento del capitalismo. La nazione è dunque una realtà storico-politica contingente.(…) »

            Per chi ha avuto la pazienza di seguirmi sino a questo punto, torno a formulare le domande con le quali aprivo la mia nota:
mi domando: è giusto inneggiare all’Unità d’Italia? Ha senso – oggi come ieri –  esaltare il concetto di Nazione?

E per concludere, forse con una bastarda forma d’ironia che mi contraddistingue, è congruo per il nostro Paese parlare di Nazione? Questo nostro Stato italiano, secondo voi, corrisponde alle definizioni che si attribuiscono a una Nazione?

Io rispondo con un “no” a ciascuna domanda e parallelamente ne pongo un’altra, conclusiva:

            In questo incipit di XXI° secolo, periodo nel quale la globalizzazione commerciale ha iniziato a mutare i consueti rapporti tra nazioni e popoli, ha ancora senso dividere e amministrare le genti che abitano il pianeta secondo rigidi schemi imposti per convenzione?

Flaminia P. Mancinelli

1906 migranti italiani 2006 migranti africani
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