Si è sempre detto che anche «il “semplice” acquisto di un giornale è un atto politico», e visto quello che succede oggi sui nostri quotidiani nulla potrebbe dirsi di più scontato. Ma ho voluto aprire questa nota con questa citazione proprio perché sono convinta che la politica è in ogni nostro gesto, quotidiano o inusuale. La preferenza di un programma televisivo, la visita a una mostra, a una manifestazione culturale, ma anche la scelta di acquistare un prodotto alimentare anziché un altro testimoniano la nostra posizione politica. Se noi vogliamo averne coscienza, naturalmente.

          Vi è poi un altro livello di politica, quella che alcuni scelgono di praticare come mestiere o come ideale scelta di impegno volontario. Coloro che praticano questo tipo di politica, spesso, giungono a ricoprire cariche parlamentari e si assumono l’onore e l’onere di rappresentare il resto dei cittadini.

          La politica ha una funzione di servizio nei confronti di una società civile, consente ad essa di crescere, prosperare, svilupparsi. Questo in normali condizioni di democrazia. 
          Quando, invece, assistiamo al venir meno della democrazia, per una dittatura, per le conseguenze di un governo assolutista, le coscienze delle persone – man mano che si risvegliano – avvertono la necessità di impegnarsi in prima persona in politica. Così chi ha dedicato la propria vita alla chirurgia non esita a sospendere la propria attività, o comunque a circoscriverla, per dedicare forze ed energie alla politica, impegnandosi in movimenti di resistenza, di opposizione al regime dittatoriale.

          La politica diventa la vocazione di tutti i cittadini responsabili di uno stato nel quale la democrazia è a rischio.
          Ed è quanto accade in Italia in questi mesi.

         In modo esponenziale abbiamo assistito all’engangement (all’impegno, la scesa in campo) di personalità della cultura, delle arti, della scienza, dell’economia, uomini e donne che salgono sui palchi di piazze affollate, sulle tribune di fortuna allestite con mezzi di fortuna per esporre il disagio delle proprie coscienze, spinti da una necessità: fare politica.

           La mia generazione -reduce da un ormai lontano, seppur mitizzato, Sessantotto- aveva perso ogni speranza, guardava ai valori millantati, alle priorità consumistiche con sconforto crescente. Aveva coltivato un progetto culturale, un sogno ideale, e si era sentita dare dell’illusa, dell’ingenua. «Tu credi ancora alle fate!»

           Già… Io che, con alcune compagne di quella famosa generazione, avevo dato vita a un circolo culturale che accoglieva il disagio di tanti, che dava ascolto e supporto secondo le regole del volontariato, e quindi in forma gratuita… Io che ho visto morire quel progetto, ora assisto a questo risveglio delle coscienze con gioia ma con qualche riserva.

          Mi domando: ci stiamo abituando a mangiare a colazione pane&politica, sapremo tornare domani alla normalità di una politica interpretata solo come servizio?

           E poi c’è un altro pensiero che mi cammina dolorosamente in testa: dobbiamo questo risveglio delle coscienze solo all’efferatezza del Male. Come Giobbe abbiamo subito, e ancora subito. Il Male ha dovuto toccare il fondo perché il risveglio potesse avvenire.

Cerchiamo di non dimenticarlo.

Flaminia P. Mancinelli

Annunci