Scesi dalla corriera e mi ritrovai da solo nella nebbia.
Come il suono del motore si fu allontanato, rimasi in quel silenzio ovattato senza nessun’altra guida che un tenue barlume di luce oltre un muro basso a pochi metri. Respirai quell’umidità densa e cercai intorno senza trovare nulla da guardare.
Mi riscossi e avanzai verso il muro e l’origine di quella luce, arrivai a un cancello di ferro accostato calpestando una ghiaia minuta, che diede realtà ai miei passi.

empathyMi affacciai oltre quel cancello e vidi le croci e le lapidi affastellate nel disordine della morte. Le croci soprattutto, vecchie più che non antiche, pendevano ora in un verso ora in un altro quasi che ogni rigidezza fosse un’idea dissennata e si fossero arrese sagge. Rimasi sospeso in quei primi passi dall’ingresso almeno fino a quando non vidi un uomo, un vecchio piegato su se stesso, intento a sistemare un mazzetto di fiori su una lapide a bordo del muro più lontano. Allora quasi a precipizio mi voltai e tornai sui miei passi oltre il cancello del cimitero, per lasciare a lui l’intimità del suo dolore.
Sulla strada la nebbia si era alzata di quel tanto che mi bastò a identificare una direzione verso la quale incamminarmi, delle luci e forse un movimento che erano i segnali certi di dove fosse il paese d’origine di quanti riposavano in quel camposanto.
Mentre mi avvicinavo, guardavo le facciate erose delle case, costruzioni di non più di due piani che nel buio mi apparivano senza colore. Le guardavo con l’indifferenza di chi a quel luogo non era legato da nessun ricordo, ma anche con la curiosità di chi doveva venire a patti con un futuro che lì avrebbe dovuto compiersi. Mi sarebbero diventati familiari e poi di nuovo indifferenti, in una maniera diversa: io non gli sarei mai appartenuto.
Davanti al bar di una modesta piazzetta, su cui si affacciava anche il frontespizio di una chiesa, sostai. Era quello all’origine sia della luce che mi aveva guidato sia del movimento che avevo visto: qualche uomo che in piedi davanti all’esercizio chiacchierando rinviava il ritorno a casa.
Le immaginai quelle case, ma come può uno che non ne ha, facendone un focolare caldo e accogliente, senza cercare una realtà che magari era invece aspra ma forse anche algida.
Con quell’immaginazione di focolare oltrepassai la soglia del bar e cercai chi tra i presenti ne fosse il proprietario. Tra gli occhi che abbandonarono lo schermo appeso alla parete, ci furono quelli di un vecchio con i fianchi cinti da un grembiule, che avanzò di un passo quasi dimostrando l’intenzione di una domanda.
Lo anticipai, presentandomi: «Sono Maurizio Petri, e sono qui per il posto di custode a villa Sermoni. Mi è stato detto di rivolgermi al bar del paese per avere le chiavi e indicazioni su come raggiungere la proprietà.»
Sul volto del barista, tra le rughe vistose di quel viso, non si distese neppure l’ombra di un sorriso che nasce spontaneo in chi riconosce in un estraneo un possibile conoscente. Eppure doveva sapere del mio arrivo e forse anche chi fossi, quasi un lontano parente del proprietario di villa Sermoni.
Invece l’unica reazione che mi raggiunse fu un cenno brusco del capo canuto e il movimento lento di quel corpo che mi raggiunse e mi superò, diretto al bancone del locale. Ma senza una parola.
Mi voltai a guardarlo frugare in un cassetto e poi a porgermi un mazzo di chiavi. E lì fu costretto a parlarmi.
«Prosegua dritto per la provinciale. Saranno un paio di chilometri una volta uscito dal paese. La vede, non può sbagliare: c’è un grande cancello in ferro battuto e dietro un viale di pioppi. In fondo c’è la villa e accanto la casa per il custode.»
«Grazie, ci vediamo…»
Ma a quella mia forma di cortesia non rispose, come se non ci tenesse affatto a rivedermi, neppure per incrementare gli affari del suo locale.
Infastidito, ma neanche tanto, da quell’accoglienza, recuperai la strada. Sulla piazza guardai nelle direzioni opposte della strada, la provinciale, e decisi per quella contraria a quella dalla quale ero arrivato. Attraversai il resto del paese e uscii nella campagna dove la nebbia aveva lasciato il posto a un’umidità pesante, carica degli afrori di concime. Era una puzza, un fetore disgustoso, ma c’avrei fatto l’abitudine, dovevo.
La sacca che avevo caricato sulla spalla, scendendo dalla corriera, cominciava a farsi sentire e accelerai il passo, lasciando a un altro momento i pensieri che mi venivano in mente, e che erano tristi e carichi di delusione.
Erano solo le sei di pomeriggio di un sabato autunnale: su questo mi sforzai di concentrare la mia attenzione, seppure ogni cosa intorno mi restituisse sensazioni temporali diverse, tipiche di un paesaggio notturno o di un luogo abbandonato. Forse era a causa della mia discesa accanto al cimitero, ma era come se la mia percezione di quel luogo straniero ne fosse stata influenzata, così che guardando fisso il confine tra asfalto e terra, dove i miei piedi si muovevano veloci, attribuii a quell’abitato il soprannome di paese di morti.
E con quello in mente, provai per i suoi abitanti un’empatia immediata.
Il muro, il cancello e il viale di pioppi dietro il quale si intravvedeva la villa, un viale di pioppi cipressini in realtà. Scuri, più scuri del cielo nero che gli faceva da fondale.
Copy Flaminia P. Mancinelli 17 luglio 2014
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