… detto anche “la crisi della pagina bianca” non mi ha mai afflitta.
Ho iniziato a “scrivere” all’età di otto anni e mezzo. A mia madre che mi diceva di giocare con mio fratello (un bimbetto di pochi mesi) che faceva le bizze, risposi: «Ora ci penso io.» e, aperto un quaderno scrissi e illustrai una fiaba per lui.
Certo non capivo che sarebbe stato difficile calmarlo con una lettura della quale non avrebbe capito nulla, ma già a quell’età tra me e la scrittura si era stabilita una relazione speciale.

Una relazione che nel corso dei decenni non è mai venuta meno. Scrivere è per me una priorità necessaria, come respirare, mangiare, dormire. E come queste funzioni vitali non è sempre uguale a se stessa. Posso scrivere con affanno o meno, posso farlo con o senza sogni, posso farlo a lungo o solo il tempo di appuntare un’idea, una suggestione, un’immagine.

scrivereScrivo quando sono felice ma anche quando sono disperata, quando cerco di sopravvivere o quando contengo a fatica un’euforica felicità. Ogni accadimento che ho vissuto, l’ho riposto in un cassetto, quello delle scritture, passate presenti future.
E la “pagina bianca“?

Non l’ho mai conosciuta, se non per il tempo necessario a imbrattarla con la mia stramba e diseguale calligrafia.  Io che senza tema di arroganza posso dire di vivere per scrivere (naturalmente dopo l’assoluta priorità del “vivere per amare”) ho un rapporto del tutto naturale con questa attività, e mi chiedo come mai in tanti lamentino questo problema, altresì definito “blocco dello scrittore“.

Cover
Cover del libro

L’occasione di questa riflessione mi è data dalla lettura di un romanzo che dalla data della sua uscita (21 maggio 2015 per l’edizione italiana) svetta nelle classifiche di vendita: La verità sul caso Harry Quebert.

La narrazione di Joël Dicker si apre con il racconto della vicenda umana di un giovane scrittore che, al suo primo romanzo edito, ha visto arridersi un successo stratosferico. Questo trionfo però gli dà alla testa e, oltre a sperperare gli anticipi sui successivi libri che l’editore gli versa, si perde in un’esistenza di compiacimento per se stesso. A pochi mesi dallo scadere della data del contratto, prova a iniziare un nuovo romanzo, ma incappa nella famosa tragedia della “pagina bianca“.
A nulla valgono sistemi e sistemucci, traslochi e cambi di strategia. La pagina davanti alla quale siede resta irrimediabilmente bianca.

Ma alla fine risolve? Come risolve?
Ancora non sono certa (non ho ancora finito il libro), ma sembra che qualcosa inizia a sbloccarsi in lui, quando si trova tra le mani un “materiale di cui scrivere”: l’accusa di duplice omicidio che viene mossa all’amico totemico Harry Quebert. Per aiutarlo, per difenderlo da quell’orribile imputazione, Marcus Goldman (questo il nome del giovane scrittore) riprenderà a scrivere superando con successo il suo blocco dello scrittore.

Mi capita quasi sempre di leggere relazionando la mia lettura alla vita reale, a ciò che esperisco e credo. Così anche in questo caso ho notato con piacere che l’autore di questo romanzo confermava la mia opinione a riguardo. Non vi è scrittura se prima non c’è un’idea, una storia, un evento per il quale abbia un senso impugnare la penna (o la tastiera). Non si scrive perché si ama scrivere. Si scrive perché vi è una necessità a farlo.

Oggi può essere per narrare i capitoli di una Fiction che ci diverte e ci intriga, e della quale immaginiamo la successione degli eventi tra la tazzina del caffé che sorbiamo a colazione e la schiuma della doccia che ci acceca a inizio giornata.
Ieri, invece, è stato per un dolore esistenziale, una domanda alla quale cercavamo una risposta, e sulla pagina sulla quale l’abbiamo registrata, poi abbiamo scritto, seppure titubanti, un tentativo di superamento, una possibile risposta.

L’esempio che Joël Dicker ci dà è un regalo.
È un gancio in mezzo al cielo, offerto a chi non riesce a trovare la strada per le nuvole. Fatene tesoro…
F.P.M.

gancio

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